La questione della limba continua ad alimentare discussioni e
polemiche. La istituzione della legge 26 del '97 “per la tutela della
lingua sarda” è stata un passo avanti verso il bilinguismo ma ancora
oggi nessuna politica di questo tipo è stata realmente messa in atto.
La
Regione ha cercato di rimediare definendo una lingua unica destinata
all'impiego ufficiale nelle istituzioni e nella scuola. Questo progetto
di unificazione, presentato nel 2001 come “Limba Sarda Unificada”,
modificato e riproposto nel 2006 in “Limba Sarda Comuna”, è stato però
criticato da studiosi, amministratori e operatori culturali.
Per
capirne il motivo va valutato il fenomeno del nostro bilinguismo. La
lingua ha un gran numero di varianti locali, ma la scrittura si è
incanalata in due forme principali: il campidanese e il logudorese.
Compaiono quasi contemporaneamente: il primo documento in sardo è del
1089 (La Carta Calaritana) in campidanese, il secondo è del 1113
(donazione di San Nicola di Trullas) in logudorese. Le differenze tra
loro comparivano già chiaramente (plurali in
us o in
os , finali in
e o in
i , diversi esiti per
qu più vocale, come
abba o
acua ,
ebba o
egua , etc.).
Numerosi
sono i testi storici e contemporanei che definiscono le norme
sintattiche e grammaticali della lingua sarda. Tutti distinguono tra
campidanese e logudorese, e anche la produzione letteraria moderna è
suddivisa principalmente in queste due varianti. La tradizione poetica
degli ultimi due secoli ha prodotto un notevole numero di composizioni.
Possediamo migliaia di versi improvvisati da cantadoris e cantadores,
produzioni orali che si sono servite del logudorese nella Sardegna
centrale e settentrionale (ottava rima) e del campidanese in quella
meridionale (mutetu longu). Ciò rivela un processo di unificazione,
autonomo e popolare oltre che letterario, che si è verificato
spontaneamente almeno negli ultimi due secoli, e si è assestato intorno
a due varianti.
Conosciamo e conserviamo numerose canzoni popolari,
diffuse ampiamente negli ultimi tre secoli e cantate secondo molteplici
moduli esecutivi. Si tratta di composizioni in ottave, terzine,
batorinas, sonetti, gocius (o gosos), cantzonis a curba, cantzonis a
torrada, mutos e mutetus che, nonostante la prevalente origine
popolare, sono state composte principalmente in logudorese e
campidanese e non nelle varianti locali. I tenores di Orgosolo cantano
in logudorese, e non in orgolese; i cantadoris di Decimoputzu cantano
in campidanese, e non in sarrabese.
La “limba comuna” è una
astrazione linguistica creata a tavolino: teoricamente centrale tra le
varietà parlate (in realtà prevale il logudorese), ha il difetto di non
appartenere ad alcuna tradizione storica. Non esiste testo classico in
Limba Sarda Comuna; non esiste paese sardo in cui si parli la Limba
Comuna; non esiste poeta che scriva o improvvisi in Limba Comuna; non
esiste cantante che la usi nelle sue creazioni musicali; non esiste
vocabolario, grammatica o sintassi che ne definiscano le forme e le
regole. Non solo: alcuni termini sono vere e proprie invenzioni
linguistiche.
Migia (migliaia), ad esempio, vocabolo coniato come mediazione tra
milla e
midza , è una forma inesistente. Nessun sardo, in nessun tempo, lo ha mai detto.
In
genere, si sceglie la variante più diffusa (come si è fatto in Svizzera
per il ladino) o quella con maggiore tradizione letteraria (come in
Spagna per il catalano). In Sardegna la tradizione è solida per
entrambe le varianti mentre il campidanese è ampiamente quella più
parlata. In ogni caso il rispetto di questi criteri porterebbe alla
scelta di una delle due varianti storiche, o di tutte e due, in nessun
caso della Limba Comuna. La Regione dice (sbagliando) che tutte le
comunità linguistiche hanno fatto così, e l'Europa non accetterebbe una
doppia varietà. Ma il catalano, preso a esempio da alcuni sostenitori
della Limba Comuna, segue una doppia norma e fa riferimento a due
accademie riconosciute: quella catalana e quella valenziana. Il ladino,
partito come norma unica, si è recentemente adeguato al doppio
standard. Così ugualmente il serbo-croato, il norvegese, il
ceco-slovacco. Non c'è stata alcuna opposizione da parte della Comunità
Europea.
I dubbi sono vari. Si teme che nessun sardo si senta
realmente rappresentato dalla Limba Comuna: campidanesi e logudoresi la
riterranno estranea alla loro tradizione. A livello pratico sarà anche
peggio: quasi tutti i più importanti testi in sardo rispettano le leggi
di una delle due varianti storiche e non si potrà, quindi, fare a meno
di studiare il campidanese e il logudorese se si vogliono comprendere a
fondo le opere di Paulicu Mossa o di Benvenutu Lobina. In più bisognerà
combattere con una terza lingua, astratta, ancora indefinita e
difficilissima da imparare poiché, come si è visto, non la si può
apprendere come una lingua viva (parlando), perché nessuno la parla, ma
neanche la si può imparare come una lingua morta (come il latino)
poiché nessuno l'ha mai scritta. Il timore, quindi, è che l'imposizione
della Limba Sarda Comuna conduca l'unica proposta concreta di
applicazione della lingua sarda al fallimento forse definitivo, perché
addebitato alla lingua e non alla proposta e perché entro pochi anni
sarà talmente bassa la percentuale dei parlanti da portare il sardo
verso un inesorabile processo di estinzione. Da questa scelta dipenderà
probabilmente la sopravvivenza della lingua che i nostri antenati hanno
parlato negli ultimi mille anni.
PAOLO ZEDDA
poeta improvvisatore, docente di Etnomusicologia presso l'Università di Cagliari
[L'UNIONE SARDA, 09/12/2008 | Pàgina: L'intervento]